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Roma 2021 / Lo spettro del sindaco scelto dall’astensionismo

Tra i rovi dei Fori Imperiali, passando nella Via Sacra fino ad arrivare sotto al colle Capitolino, un sussurro si fa sempre più forte, alimentato dai grandi gabbiani che dall’alto vigilano l’Urbe Eterna: mai come questa volta il nuovo sindaco di Roma a sceglierlo saranno paradossalmente i tanti che resteranno a casa

Una scelta che non sarà presa, diciamolo subito, per il timore del covid o per qualche rigurgito No Vax, visto che, vale la pena ricordarlo, per recarsi alle urne non sarà necessario dotarsi dell’ambìto o odiato Green Pass. 

Sul lassismo dei romani ci sono pacchi di antologie ed è piena la satira moderna. Ma questa volta è diverso. La campagna elettorale a cui abbiamo assistito non è stata “particolare”, come qualcuno ha tentato di giustificare vista l’emergenza pandemica. 

Nessuno dei 22 candidati sindaci, tanto più il quartetto favorito, ha dato effettivamente dimostrazione di attaccamento, dedizione e idee chiare per il futuro di una città il cui passato recente è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

E certo non basta neppure la candidatura lanciata da Mario Draghi per l’Expo 2030 a fornire linfa per una nuova idea di città, una nuova metropoli moderna, sostenibile, aperta ai giovani, innovativa e allo stesso tempo capace di far interagire l’immenso patrimonio dei beni culturali con una visione coraggiosa che guardi ai prossimi cinquant’anni. 

Tutto questo, lo diciamo oggi, a poche ora dal voto, Calenda, Gualtieri, Michetti e Raggi non l’hanno garantito ai romani e certamente nessuno di loro sarà in grado, se eletto da chi resterà a casa, di portare avanti quel “cambiamento” tanto vuoto quanto testardamente invocato nei comizi. 

E allora cosa fare? Ci sarà un motivo se, andando a ritroso, nelle ultime elezioni che si sono tenute nella Capitale, quelle per eleggere il presidente del Municipio di Ostia, commissariato per Mafia, nel 2017 si recarono alle urne appena tre romani su dieci (36,15% al primo turno, 34% al ballottaggio)? 

Ci sarà un motivo se nel 2016, sull’onda delle dimissioni dal notaio di Ignazio Marino e nel pieno della forza del M5S, Virginia Raggi venne scelta dal voto di appena il 50% dei romani, meglio di quanto avvenne nel 2013 quando a votare al ballottaggio Marino-Alemanno si recarono appena il 44% degli aventi diritto? 

Provando a mettere un punto dal 2013 ad oggi, chi ha costruito la propria posizione attaccando la casta e la politica tradizionale “affarista” e “complottista” ha ottenuto un risultato oggettivo: allontanare sempre di più i  cittadini dalle istituzioni, alimentando la sfiducia e quindi l’esercizio di un non diritto, qual è il non voto. 

Se fino al 2008, infatti, l’affluenza alle urne era nella media nazionale, quindi fra il 60 e il 70%, da quel momento ad oggi la frattura fra il Campidoglio e la città è stata sancita e questa campagna elettorale, la peggiore che la storia repubblicana ricordi, ne è la fotografia peggiore che ci rimanda ad una Capitale che non sogna e che non crede più alle promesse dei politici.

Scaricare le colpe solo sulla politica non sarebbe però onesto perché poi in Parlamento, così come in Campidoglio, i rappresentanti vengono scelti dai cittadini. E allora, anche se gli appelli non spettano ai giornalisti, quello che vogliamo dire ai romani è semplicemente di esercitare un diritto, forse il più bello, certamente il più significativo sancito dalla nostra Costituzione: andare a votare e sentirsi ciascuno, al di là di idee e colori politici, sindaco responsabile della città più bella che il mondo intero ci invidia e che noi, come italiani e come cittadini dell’Urbe, spesso, colpevolmente sottovalutiamo.