#Quirinale2022

Rebus Quirinale, le sliding doors di Mario Draghi

Draghi o non Draghi nuovo Presidente della Repubblica? Questo è il problema o il dilemma. Da mesi sui format politici televisivi, sui quotidiani e sui siti web tematici non si parla d’altro, a parte il topic onnipresente del Covid-19, il che, vista la cacofonia del “giornale unico del virus”, potrebbe non essere poi così negativo.

Archiviata la sessione di bilancio, che ha visto sempre più compresse le prerogative del Parlamento, ormai ridotto a un sistema monocamerale di fatto, saranno convocati i grandi elettori, ossia deputati, senatori e i delegati regionali, per la prima volta in gran parte di centrodestra, dato che più di 2/3 delle giunte sono rette da maggioranze espressione della coalizione Lega-FdI-Forza Italia e UdC-Noi con l’Italia-Coraggio Italia. 

Quasi tutti gli analisti, i “costituzionalisti” e i “quirinalisti” in testa, hanno interpretato le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi durante la conferenza stampa di fine anno, “Sono un nonno al servizio delle Istituzioni”, come un’autocandidatura al Colle più alto, davvero inusuale nelle elezioni presidenziali italiane, in cui proporre un nome o provare a sponsorizzarlo ha sempre equivalso all’intenzione di bruciarlo. 

Tutti concordano nel credere che l’elezione di Super Mario a Capo dello Stato debba avvenire quasi all’unanimità e nell’arco delle prime tre votazioni, in cui è richiesta una maggioranza qualificata, dato che il suo esecutivo è sostenuto da quasi tutto l’arco parlamentare e anche Giorgia Meloni, il cui partito è all’opposizione, ha dichiarato di poterlo sostenere pur di andare ad elezioni anticipate. Infatti, una sua bocciatura o impallinatura ad opera dei franchi tiratori, stile “i 101” di Prodi nel 2013, per la paura della fine anticipata della legislatura che alberga nei 5 Stelle e in tutti i peones dei partiti, potrebbe significare al contempo anche la fine del governo Draghi e l’apertura di scenari imprevedibili. 

Tuttavia, la scelta di un nome alternativo che possa mettere d’accordo tutti o quasi, come Giuliano AmatoPierferdinando Casini o una donna, ad esempio il ministro della Giustizia, Marta Cartabia o la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, porrebbe evidenti problemi di coabitazione tra un Primo Ministro autorevole come Draghi e un neopresidente della Repubblica, come minore outstanding internazionale. 

Se invece Draghi salisse sul Colle più alto, sarebbe molto probabile un’uscita di Lega e Forza Italia dalla maggioranza, che diverrebbe la stessa di sinistra del governo Conte II e con numeri molto risicati al Senato sarebbe arduo affrontare le sfide in corso poste dalla pandemia e dall’attuazione del PNRR

Il centrodestra dalla IV votazione dovrebbe trovare solo 14 voti per raggiungere la maggioranza semplice necessaria ad eleggere Silvio Berlusconi alla Presidenza. La convivenza con Draghi a Palazzo Chigi non sarebbe impossibile, data la stima reciproca fra i due, nata dalla nomina da parte del Cavaliere dell’ex direttore generale del Tesoro alla guida della Banca d’Italia prima e della BCE poi, tuttavia, PD, LeU e forse anche rilevanti schiere di 5S, farebbero implodere la variegata e rissosa maggioranza che sostiene il Governo.

Inoltre, nonostante la debolezza e il diffuso discredito della magistratura, lo scontro istituzionale tra Berlusconi e il CSM deflagrerebbe con conseguenze devastanti. Ogni scenario sarebbe gravido di incognite e di conseguenze difficili da risolvere ma un punto fermo e forse l’unica certezza è costituita dalla volontà e dalla possibilità inedita del centrodestra di “dare le carte” e di proporre un nome non di sinistra che possa essere condiviso e accettato dalla parte avversa, trovando figure di prestigio accademico e internazionale come Marcello Pera e Antonio Martino, votabili anche dal variopinto e sconfinato Gruppo Misto. 

L’operazione potrebbe essere facilitata dal terrore della gran parte di deputati e senatori di perdere il diritto alla pensione e dalla quasi certezza di non essere rieletti, soprattutto per la riduzione del numero dei parlamentari, approvata dal recente referendum costituzionale. 

Fondamentale sarà anche individuare una figura che favorisca il riequilibrio istituzionale tra i poteri dello Stato, Governo e Parlamento, Presidenza della Repubblica e del Consiglio, Stato centrale e autonomie locali e, the last but not least, politica e giustizia.