Parlamento

La nuova class action al Senato. Ma strada in salita

Il provvedimento era fermo da ben due anni, dopo l’unanimità della Camera e le proteste di Confindustria

di Alberto Giusti

Ha sicuramente bisogno di qualche modifica nel passaggio al Senato”. Così, il 7 giugno 2015, l’allora Ministro Boschi dichiarava al Sole 24 Ore, per rispondere ai dubbi degli imprenditori su un provvedimento che invece alla Camera aveva raccolto l’unanimità dei consensi. Erano altri tempi, il governo Renzi galoppava sicuro e le elezioni erano un pensiero lontano. Uno scenario completamente diverso da quello in cui oggi le commissioni Industria e Giustizia del Senato si trovano ad analizzare l’A.S. 1950, risultato del testo base del pentastellato Bonafede con abbinato quello del democratico Gitti (ex Scelta Civica).

L’articolato in esame si compone di soli 6 articoli, che operano però modifiche importanti al Codice di Procedura Civile. Su questo infatti viene “spostata” la disciplina dell’azione di classe, mutuata dall’istituto della class action di origine anglosassone, rispetto alla sua attuale collocazione nel Codice del Consumo (decreto legislativo 206/2005), nel quale la pregressa normativa sul tema era stata inserita e successivamente modificata dalla legge 23 luglio 2009, n. 99. Un cambiamento tutt’altro che formale che porta la class action da strumento riservato ai rapporti fra consumatori e imprese al campo vasto del rapporto fra cittadini e qualsiasi tipo di servizio, inclusi quelli erogati dagli enti pubblici.

Se già qui i detrattori della legge avvertono che si rischia un’imprevedibile espansione di questo strumento, i dettagli che a suo tempo hanno allarmato Confindustria sono principalmente due.

Il primo è la possibilità per il cittadino di “accodarsi” alla class action anche a seguito della sentenza che accoglie l’istanza, ovvero nel momento in cui sarebbe certo un possibile rimborso o qualsiasi altro tipo di ristoro che i giudici prevedessero. Si tratta dell’allargamento dal sistema opt-in, tipicamente europeo continentale, per cui le sentenze producono effetti soltanto per coloro che hanno preso parte attiva al processo, al sistema opt-out, tipica dei sistemi anglosassoni.

Il secondo è il ricalcolo del compenso previsto per gli avvocati che seguono l’azione di classe, che crea un meccanismo incentivante per coloro che seguono questo tipo di processi, nel caso di vittoria della causa, riconoscendo loro la cosiddetta “quota lite”.

Entrambe questi punti sono fortemente osteggiati dagli imprenditori, che temono un’esplosione incontrollata delle cause contro di loro e un uso distorto dello strumento. Soprattutto il meccanismo di opt-out, permettendo di aggregarsi al rimborso dopo la sentenza, determinerebbe l’impossibilità di prevedere l’entità delle spese in caso di sconfitta, e dunque di accantonare sufficiente liquidità, con il rischio di portare alcune aziende al fallimento.

Occorre notare però anche che il testo contiene alcuni anticorpi per evitare distorsioni di questo tipo: l’azione di classe deve superare una fase preliminare nella quale verrà decisa la sua ammissibilità, e i requisiti di adesione comprendono precisi meccanismi digitali, il versamento della quota spese, l’utilizzo della PEC, e una serie di attestazioni e dichiarazioni nei confronti sia dell’oggetto della causa sia del rappresentante legale comune.

Tutti punti che sicuramente sembrano insufficienti agli uffici di Vincenzo Boccia. Non è un caso che proprio il lunedì appena trascorso il quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore, abbia detto la sua sul tema segnalando come l’azione di classe in Italia sia uno strumento poco utilizzato e che nella maggior parte dei casi si arena nei tribunali, spesso sostituito dalle stesse associazioni dei consumatori da altri strumenti legali ritenuti più efficaci. Nessun riferimento esplicito alla legge in esame, ma un messaggio chiaro: questa legge non è una priorità.

Certamente non è il pensiero dei pentastellati, che dalla sua approvazione otterrebbero un successo tangibile da rivendicare a fine legislatura, visto che si inserisce perfettamente nel quadro anti-establishment e nella narrazione contro le multinazionali cara al Movimento. Ma allo stesso tempo, se i partiti della maggioranza lasciassero morire il provvedimento in Commissione, i 5 stelle potrebbero puntare il dito contro chi protegge gli interessi dei potenti, e ottenere in termini di consenso lo stesso risultato. Per loro lo schema è win-win. Per il Pd e Gentiloni, forse è il contrario. Anche se a fermare l’iter, visto il tempo rimasto alla legislatura, potrebbe bastare l’ostruzionismo.