L’Italia uscita vittoriosa dalla I Guerra Mondiale, che dopo un secolo aveva finalmente portato a compimento il lungo e impervio processo unitario, si trovò ad affrontare la crisi irreversibile dello Stato Liberale, aggravata dall’avvento della società di massa, dalla questione sociale del reinserimento nella vita civile di centinaia di migliaia di soldati e dall’incapacità o dall’impossibilità di adeguare l’ordinamento costituzionale, ancora troppo elitario, alla nuova epoca, in cui stavano emergendo prepotentemente le istanze delle classi sociali finora escluse dalla rappresentanza politico-istituzionale.
Le elezioni del 1919 e del 1921 si svolsero con il nuovo sistema proporzionale per dare maggiore peso al Partito Socialista e al Partito Popolare, che nel 1912, nelle prime elezioni in cui era caduto il requisito del censo, erano state fortemente penalizzate dal sistema dei collegi elettorali, più congeniale ai candidati liberali, meglio radicati sul territorio. Tuttavia, dal 1919 al 1922 il sistema, in piena transizione e sottoposto a pressioni sempre crescenti, continuava a produrre un equilibrio ogni giorno più precario in cui i ministri Nitti, Giolitti e Facta si susseguirono rapidamente dimostrandosi sempre più incapaci di fronteggiare i sommovimenti e le rivolte che caratterizzarono il biennio rosso e le reazioni delle spedizioni punitive delle camicie nere.
Nell’ottobre del 1922, le tensioni sociali e politiche, giunte ormai al diapason, indussero il Re Vittorio Emanuele II alla decisione di non firmare lo stato d’assedio proposto dal Governo Facta di fronte all’occupazione delle Prefetture da parte delle milizie fasciste e alla scelta di conferire l’incarico di formare il nuovo esecutivo a Benito Mussolini, che, nel giro di un anno, decise di cambiare la legge elettorale per potersi liberare più facilmente degli stringenti vincoli derivanti dal governo di coalizione.
La legge Acerbo, approvata nel novembre del 1923 in vista delle elezioni dell’anno seguente, prevedeva l’adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all’interno di un collegio unico nazionale, suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali. Il partito che avesse conseguito il 25% dei voti si sarebbe aggiudicato il 75% dei seggi, mentre il restante 25% sarebbe stato distribuito tra le minoranze. Questa legge fu il primo passo verso la costruzione dello Stato autoritario che si sarebbe concluso di lì a poco, con l’approvazione delle cosiddette “leggi fascistissime” del 1925 e del 1926.
La Repubblica dei partiti e l’era del proporzionale
Dopo la caduta del regime, la vittoria non limpida del sistema repubblicano nel referendum istituzionale del 1946 e l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente, si optò per il sistema proporzionale puro, anche per dare rappresentanza a tutti i partiti che erano stati scelti per riscrivere la nuova Costituzione. La forma di governo parlamentare che venne scelta produsse governi dalla durata media di circa 18 mesi ma la forza dei grandi partiti di massa e il rigido contesto geopolitico internazionale della Guerra Fredda creò un sistema solo apparentemente instabile, perché inserito in una cornice di forte stabilità: i Ministeri cambiavano repentinamente i diversi esponenti ma i partiti che formavano la compagine governativa e che la sostenevano in Parlamento, erano sempre i medesimi.
Tuttavia, l’era del centrismo che aveva caratterizzato i primi anni della Repubblica, già dopo un quinquennio iniziò ad entrare in crisi. La DC, guidata dal Acide De Gasperi, che aveva conseguito nelle prime elezioni libere del secondo dopoguerra addirittura il 48% dei voti, stava iniziando ad erodere il suo enorme consenso e l’apporto dei partiti laici (PSDI, PLI e PRI) non appariva più sufficiente a garantire la necessaria stabilità.
Pertanto, nel 1953, il Presidente del Consiglio, dopo un lungo iter parlamentare, riuscì a far approvare la cosiddetta “Legge Truffa”, un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all’interno di un collegio unico nazionale, suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali, che assegnava il 64,4% dei seggi della Camera dei deputati (380 su un totale di 590) alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato il 50% dei voti validi. Nelle elezioni che si tennero nello stesso anno, le forze apparentate ottennero il 49,8% dei voti: il meccanismo previsto dalla legge non scattò per circa 54.000 voti, ovvero circa lo 0,2% dei suffragi e la legge fu abrogata l’anno successivo. De Gasperi, che aveva risollevato la Nazione dopo il rovinoso secondo conflitto mondiale, si era presto accorto dei limiti strutturali di un sistema parlamentare da cui scaturivano inevitabilmente governi deboli, in un sistema politico in cui non era ancora possibile aprire ad alleanze con i partiti di sinistra né, tantomeno, con missini e monarchici.
La Seconda Repubblica e gli anni del maggioritario
Nel 1991, il referendum sulla “preferenza unica”, che abolì la possibilità di esprimere fino a tre preferenze alla Camera, fu considerato unanimemente il segno del primo cedimento del sistema di potere partitocratico della I Repubblica e, al contempo, la prima volta in cui l’ex premier e leader socialista Bettino Craxi, che aveva invitato gli elettori a disertare le urne e ad andare al mare, iniziò a perdere il suo proverbiale fiuto politico, che per un quindicennio l’aveva reso lo statista più brillante e moderno del panorama politico nazionale.
Comunque, nel suo impianto generale, la legge proporzionale pura, tornata in vigore nel 1954, non fu mai cambiata fino al 1993, anno in cui, in seguito alla vittoria schiacciante del referendum promosso da Mario Segni in piena Tangentopoli, e al crollo rovinoso del pentapartito, fu promulgato il Mattarellum, la nuova legge elettorale dal nome del suo estensore, che prevedeva l’attribuzione del 75% dei seggi di ciascuna Camera con un sistema maggioritario a turno unico che determinava l’elezione, in ciascun collegio uninominale, del candidato con più voti. Il restante 25% dei seggi, al fine di lenire i difetti di rappresentatività che vengono tipicamente attribuiti ai sistemi maggioritari, veniva assegnato attraverso un meccanismo proporzionale, diverso tra i due rami del Parlamento: al Senato la ripartizione avveniva su base regionale, mentre alla Camera, l’assegnazione dei seggi restanti avveniva su base nazionale, tale assegnazione prevedeva una soglia di sbarramento al 4% ed era temperata da un meccanismo di parziale scorporo dei voti ottenuti nei collegi uninominali dai candidati vincitori, ciascuno dei quali in sede di candidatura era associato a una lista che concorreva per la parte proporzionale.
Questo sistema elettorale fu abrogato nel 2005 dal secondo governo Berlusconi e sostituito dal Porcellum, ideato da Roberto Calderoli: una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate che ha disciplinato l’elezione delle Camere fino al 2013.
Dal Porcellum al Rosatellum
Nel gennaio 2014, la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale parziale della legge, annullando il premio di maggioranza assegnato alla coalizione più votata, senza la previsione di una soglia minima da raggiungere affinché il premio scattasse e introducendo la possibilità di esprimere un voto di preferenza.
La legge elettorale proporzionale così risultante, soprannominata Consultellum, è rimasta in vigore per l’elezione della Camera, senza peraltro essere mai stata effettivamente utilizzata, fino alla sua sostituzione con l’Italicum, il meccanismo di voto proposto da Renzi contestualmente alla riforma costituzionale, poi respinta nel referendum del 2016. L’Italicum era una proposta di legge elettorale per la Camera dei deputati basata sul principio del “voto a un turno” con un sistema proporzionale corretto, una soglia di sbarramento al 3%, un premio di maggioranza per la lista vincente che garantiva la maggioranza assoluta dei seggi (340 su 630) e una soglia di accesso al ballottaggio al 40%.
Se nessuna lista avesse superato il 40% dei voti al primo turno, le due liste più votate sarebbero andate al ballottaggio, e la vincente avrebbe ottenuto il premio di maggioranza. Nell’ottobre del 2017 fu approvato il Rosatellum, la legge attualmente in vigore, basata su un sistema misto, per 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritario, caratterizzato da liste corte e bloccate, senza preferenze, e da diverse soglie di sbarramento. Una legge concepita evidentemente per favorire un esito incerto, impedire la formazione di maggioranze chiare e condurre a governi pseudo-tecnici, sostenuti dall’unione di forze politiche eterogenee, e che fotografava un periodo storico, lungo quasi un decennio, segnato da un quadro politico tripolare.
Divide et impera. Parafrasando la strategia con cui gli antichi Romani riuscivano a isolare i nemici per poi batterli e conquistarli più agevolmente, il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni è riuscita nelle elezioni del 2022 a sbaragliare le opposizioni, presentatesi divise in tre tronconi all’appuntamento elettorale ma, in vista delle prossime Politiche, che si terranno presumibilmente nella tarda primavera del 2027, le diverse anime della sinistra, dal PD a quella radicale, i renziani e, forse, un altro movimento centrista, cercheranno di formare una colazione più larga possibile per poter impedire il perseguimento di una maggioranza chiara e netta al Senato, in cui i voti vengono ripartiti su base regionale, e riproporre lo stallo che porterebbe nuovamente a governi eterogenei simil “Grosse koalition” di matrice tedesca.
Inoltre, il più grande spauracchio per i progressisti è che nella prossima legislatura una nuova maggioranza di centrodestra possa finalmente eleggere il primo Presidente della Repubblica non di sinistra da trent’anni a questa parte. Per evitare a tutti i costi questo risultato, la maggioranza di centrodestra sta pensando di proporre una legge proporzionale a turno unico con premio di maggioranza per la colazione che superi il 40% dei voti, la cancellazione dei collegi uninominali, un consistente sbarramento al 4 o al 5% per la ripartizione dei seggi e l’indicazione del candidato premier sulla scheda, mossa strategica che punta a far esplodere le contraddizioni del campo “largo”, ancora oggi senza un leader o un federatore riconosciuto e legittimato da tutti i componenti dell’alleanza elettorale. Mossa, peraltro, già esercitata magistralmente dalla premier in occasione dell’invito al dibattito ad Atreju, allargato a Giuseppe Conte, per rendere lampante l’incapacità di Schlein di esercitare una leadership credibile sui suoi riottosi, aspiranti alleati.
Analisi e prospettive di riforma
Ma quali sono le ragioni profonde che hanno indotto le forze politiche a cambiare il sistema di voto ben quattro volte nell’arco di un trentennio, mentre già si prospetta un’altra revisione? Le motivazioni sono molteplici ma le principali sono sostanzialmente due: l’estrema debolezza dei partiti, della loro capacità di rappresentanza e radicamento territoriale e l’incapacità di legare le riforme elettorali a quelle costituzionali.
La prima ragione è addirittura lampante dal punto di vista storico: con il crollo della Repubblica dei partiti nel 1992-93, i nuovi movimenti sorti dalle macerie dell’offensiva politico-giudiziaria dei PM milanesi si sono dimostrati deboli, precari, leggeri fino al punto da decidere di rinunciare alla preferenze per poter esercitare un controllo sulla selezione della classe politica, scegliendo di fidelizzarla al leader per sottrarre la sorte di maggioranze e governi dai capricci dei famigerati signori delle tessere elettorali. Questa debolezza ha prodotto, però, anche un progressivo distacco dell’elettorato dai propri rappresentanti, che, venendo calati dall’alto in liste precostituite, hanno perso, ormai, un effettivo rapporto con le istanze del territorio da cui provengono o in cui vengono candidati. Inoltre, i cittadini si rifugiano nell’astensione perché capiscono che in modo opprimente e senza una piena legittimazione democratica, molte decisioni politiche importanti non dipendono più dal loro voto ma dall’ipertrofica burocrazia di Bruxelles, spesso lontana dal sentire popolare.
La seconda ragione risiede nell’illusione che una legge elettorale, per quanto ben congegnata, possa garantire al contempo, stabilità, governabilità e piena rappresentanza, senza essere accompagnata da una revisione costituzionale rafforzativa della forma di governo.
L’esecutivo Meloni ha ben chiaro, infatti, che senza premierato, l’efficacia di qualsiasi sistema di voto sarebbe contingente e strettamente connesso alla capacità del capo del governo di turno di tenere unita la propria coalizione. Invece, con l’elezione popolare diretta del primo ministro che preveda lo scioglimento automatico del Parlamento in caso di sfiducia e il ritorno alle urne, il rischio di governi tecnici, ribaltoni o esecutivi ostaggio di piccoli gruppi sarebbe praticamente azzerato.
Con un duplice risultato: il probabile aumento di affluenza alle urne dei cittadini, che vedrebbero una corrispondenza maggiore tra voti, risultati elettorali e, soprattutto, post-elettorali, e la garanzia di stabilità, condizione indispensabile per crescita economica, sviluppo, investimenti industriali e affidabilità sui mercati finanziari. Ma poi, a prescindere dal sistema scelto e dalle alchimie elettorali, ciò che conta davvero in fin dei conti è l’orientamento dei cittadini: come, quanto e per chi intendono votare. Questo fa davvero la differenza e può rendere un sistema elettorale più o meno funzionale a dispetto di qualunque analisi o previsione.























