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Dietro al ‘niet’ di Bertolaso le faide romane fra Lega e Fdi

“Leggo su giornali questa mattina di virgolettati che non mi appartengono. Sono stato chiaro e l’ho ripetuto in ogni modo. IO NON MI CANDIDO. Se ne facciano tutti una ragione”. Parole che non lasciano speranza o che faranno tirare un sospiro di sollievo a quanti, soprattutto dalla parte di Colle Oppio non vedevano di buon grado l’imposizione di Guido Bertolaso a candidato sindaco di Roma da parte del partito di via Bellerio.

Il post di Bertolaso a questo punto mette una pietra tombale su un accordo che sembrava già fatto, nonostante le ritrosie di Fratelli d’Italia forte dei sondaggi che la vedono sfiorare il 20% e, soprattutto nella capitale, di uno zoccolo duro. Mentre la sinistra proverà a compattarsi su Roberto Gualtieri e il M5S, almeno a parole, sembra aver accettato la ricandidatura di Virginia Raggi, il centrodestra si trova ora clamorosamente indietro, con i sondaggi a gonfie vele ma senza un candidato, un programma e soprattutto una squadra di governo per il Campidoglio. Uno scenario che a cinque mesi dalle elezioni autunnali può essere recuperato a condizione di trovare la quadra su un nome di peso, possibilmente un politico conosciuto dai romani.

Ma cosa c’è dietro il niet di Bertolaso? Fonti vicine all’ex capo della protezione civile dicono che in realtà Guido non ha mai pensato di tentare una candidatura bis, dopo la non certo esaltante performance del 2016, ma soprattutto a spingere per il “no” ci sarebbe stato il desiderio di non rimanere ostaggio delle faide soprattutto romane fra Lega e Fdi, mai come ora così distanti, nonostante i tweet di facciata dei due leader nazionali, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Per chi conosce la città in questi ultimi mesi, complice anche la decisione di Salvini di entrare nel governo con grillini e comunisti, i rapporti fra i due principali schieramenti del centrodestra sono ai minimi termini.

A testimoniarlo i transfughi da un partito all’altro di consiglieri municipali eletti o di dirigenti di partito passati dalla Lega e da Forza Italia al partito di Giorgia Meloni che in città vanta certamente una struttura e un radicamento territoriale più organizzato. Una decisione, quindi, annunciata, e rimarcata più volte da Bertolaso che in realtà non aveva mai dato alcuna disponibilità anche solo a sedersi ad un tavolo con i suoi referenti romani dei partiti.

Quale scenario si prospetti di fronte ora è difficile dirlo. A febbraio avevamo invitato entrambe gli schieramenti a gettare la maschera, dando ai romani dei candidati sindaci all’altezza della sfida. In tanti evocano un rappresentante della società civile: un imprenditore pronto a mettersi in gioco allo stato attuale non si è palesato o, meglio, potrebbe non essere gradito ai dirigenti locali di entrambe i partiti, più propensi per inclinazione al manuale Cencelli viste le tante poltrone che il sindaco di Roma è in grado di nominare una volta salito sullo scranno più alto.

Senza escludere che alla fine possa poi essere la cenerentola del centrodestra, Forza Italia, a tirare fuori dal cilindro il nome per il Campidoglio, magari con l’obiettivo di ricostruire il consenso perso, sapendo che la sfida per Roma potrebbe essere l’ennesima occasione persa per il centrodestra, e una grande chance per Pd e M5S di prendersi Roma e ripartire da lì con alle spalle il colosso Draghi a fare da chioccia alla sua Capitale.