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Covid / L’emergenza non finirà a marzo: cosa ci dice (ma non ci scrive) il nuovo decreto

Il decreto concordato dal governo in data 23 dicembre 2021, quello nato dalla riunione del cosiddetto “tavolo di regia” prenatalizio, ha previsto un’ulteriore stretta delle misure adottate per il contenimento della pandemia. Tutti i principali organi di stampa hanno elencato le nuove disposizioni introdotte: obbligo di mascherine all’aperto, ffp2 nei luoghi chiusi, super green pass nei musei o al bancone del bar, chiusura delle discoteche, riduzione della durata del certificato verde da nove a sei mesi, eccetera. Nessuno si è però soffermato ad analizzare anche un’ulteriore e importante novità – sebbene non esplicitamente scritta – che l’applicazione del decreto renderà di fatto operativa. Vediamola rapidamente insieme.

LO STATO DI EMERGENZA PERENNE. È di sole poche settimane fa il prolungamento dello stato di emergenza al 31 marzo 2022. Un prolungamento che ha provocato diverse polemiche, visto che il codice della Protezione Civile – tuttora vigente e non modificato dal Governo – con Decreto Legislativo del 2/1/2018, prevede che uno stato di emergenza possa durare un solo anno, con possibile proroga per un ulteriore anno. 

La data del 31 marzo 2022, va dunque molto oltre quel limite massimo di due anni, previsto dalla legge. Il prolungamento dello stato di emergenza fino a fine marzo, ha creato dunque un vulnus legislativo piuttosto grave, con la paradossale situazione di uno Stato che trasgredisce le sue stesse leggi, anziché curarsi preventivamente di modificarle sulla base delle nuove esigenze.

Il nuovo decreto del 23 dicembre 2021 sposta ulteriormente – di fatto, anche se non in modo esplicito – la durata di questo stato di emergenza, senza prevederne più una fine, accrescendo in tal modo il vulnus. Tra le pieghe del decreto, c’è, infatti, una sorta di “fine pena mai” relativa all’eccezionalità del momento. 

Ciò si evince da uno dei punti concordati dal tavolo di regia: quello che stabilisce che da febbraio 2022 il green pass abbia durata di sei mesi e non più di nove. Apparentemente sembrerebbe solo un adeguamento tecnico, dovuto a quanto emerso sulla durata dell’efficacia dei vaccini, più breve di quanto inizialmente immaginato.

Cosa comporta, però, nei fatti, questo adeguamento “tecnico”, anche se ciò non è scritto esplicitamente nel decreto? Tutto lascia intendere che le norme restrittive, connesse all’uso del green pass possano restare in vigore ben oltre la data di marzo 2022. Una data che cade solo un mese dopo il febbraio 2022 – cioè quella dalla quale muterà la durata del green pass – e non sei mesi dopo.

Perché il governo si sarebbe preoccupato di ridefinire la durata di quei documenti “provvisori”, per i green pass emessi a partire da febbraio 2022, se essi dovessero davvero perdere di efficacia – con la fine dello stato di emergenza previsto a marzo – dopo poche settimane?

Dunque, delle due l’una: o si ha intenzione di prolungare la durata dell’emergenza sine die, ben oltre il 31 marzo 2022, oppure il green pass, da quel documento provvisorio che attualmente è, lo si vuole trasformare in una sorta di sostituto permanente della carta d’identità e della tessera sanitaria attuale, anche ad emergenza finita. Non è da escludere che entrambe le ipotesi possano poi risultare contemporaneamente vere.

CITTADINI “A TEMPO”. In questo caso, dunque, alcuni diritti fondamentali garantiti dalla costituzione, verrebbero definitivamente trasformati, da diritti inalienabili quali sono attualmente, in “concessioni governative a tempo”. 

Oltretutto, c’è da ricordarlo, si tratta di concessioni che vengono già ora negate a cittadini che non hanno trasgredito a nessuna legge dello stato – mi riferisco ai non vaccinati – non essendoci alcuna obbligatorietà degli attuali vaccini anti Covid, né essendo stata prevista questa obbligatorietà da parte del Governo.

Già oggi, dunque, questi diritti vengono concessi o non concessi, in base all’aderenza del cittadino a quanto suggerito dalla propaganda governativa sul Covid – parlo di propaganda governativa, poiché tale è, attualmente, ogni consiglio delle autorità sui vaccini, in assenza di una legge che ne preveda l’obbligo – quindi discriminando gli uni e gli altri sulla base quasi esclusiva di opinioni, sociali e politiche, in barba al dettato costituzionale.

Oggi tutto ciò viene giustificato attraverso l’eccezionalità del momento e lo stato d’emergenza. Ma, come abbiamo visto, con le novità introdotte dal recente decreto, già si può ipotizzare che le norme emergenziali attuate possano restare valide anche ad emergenza finita.

Dunque, se ciò fosse, quello che da settant’anni è il nostro vero e pieno diritto di cittadinanza, garantito dai padri costituenti, si trasformerebbe, rapidamente, in una sorta di “tessera a punti del bravo italiano”, con durata e “punti” modificabili e revocabili in ogni momento da parte governativa. 

È un cambiamento gigantesco di prospettiva sociale e culturale, che sta passando sotto silenzio. E che si sta concretizzando anche con l’unanime consenso di quasi tutte le forze politiche – alcune delle quali forse inconsapevoli dei potenziali effetti nefasti di alcune decisioni – come avvenuto per le norme approvate all’unanimità dal “tavolo di regia” prenatalizio.

È un regalo sotto l’albero che – nonostante la nobilitante motivazione ufficiale di contenere la pandemia – rischia di trasformarsi in una terribile polpetta avvelenata, capace di uccidere definitivamente la nostra democrazia e il concetto stesso di libertà e cittadinanza. Una polpetta di cui, forse, sarebbe stato bene fare a meno, o quantomeno analizzare in modo più approfondito, prima d’ingurgitarla in un sol boccone.