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Home Esteri Europa

Capitale umano e innovazione d’impresa: Istat e Industria 4.0

Simona Corcos di Simona Corcos
13 Luglio 2017 10:45
in Europa, Parlamento, Sanità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Capitale umano e innovazione d’impresa:  Istat e Industria 4.0

Giorgio Alleva, presidente dell'Istat

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Dati e cifre nell’audizione del presidente, Giorgio Alleva, al Senato. Le professioni vincenti. La spinta nell’ICT

di Alberto Giusti

La Commissione Lavoro del Senato ha audito ieri il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nell’ambito delle consultazioni sui cambiamenti del mondo del lavoro nella quarta rivoluzione industriale.

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Il presidente dell’Istituto ha esordito definendo efficacemente il concetto di Industria 4.0 come “automazione di funzioni non ripetitive”, finora riservate agli umani. Si tratta di un cambiamento che interagisce sia con gli andamenti demografici che con la globalizzazione, e interviene così a modificare il panorama del mercato del lavoro. Gli istituti statistici in parte faticano a raffigurare i dati emergenti di questa rivoluzione, ma presso Eurostat ed Ocse sono in corso iniziative per lo studio dei percorsi produttivi che consentano di rilevare più facilmente il cambiamento in atto.

Per quanto riguarda il nostro paese, il governo italiano ha costruito a novembre 2015 il piano Industria 4.0 per portare l’economia italiana in questa nuova fase. Le relative nome e la struttura degli incentivi sono stati poi inseriti nella legge di bilancio 2016, motivo per cui l’indagine di ISTAT si concentra sull’intenzione delle imprese di investire in ICT e industria 4.0 nel 2017, rispetto a quanto fatto l’anno precedente, per misurare in qualche modo la loro fiducia rispetto a questi nuovi strumenti.

Se nel 2016 la diffusione dell’industria 4.0 è stata limitata, nel manifatturiero le risposte positive rispetto a maggiori investimenti nel 2017 sono state più numerose di quelle negative in soli 6 settori su 22. Nel settore dei servizi sono state maggiori invece in 10 settori su 26. Si tratta di segnali di impegno del sistema, ancora però non pervasivi. In generale, le risposte ottenute hanno sottolineato l’importanza dei nuovi strumenti per la qualità dei prodotti e l’innovazione nella manifattura, nonché per la qualità e per il contenimento dei prezzi nel settore dei servizi.

Rispetto invece all’andamento delle professioni tra 2011 e 2016, emergono tendenze chiare, di lungo periodo, che riflettono in parte la crisi ma indicano anche chiaramente le nuove competenze richieste dal mercato.

Fra 2011 e 2016 infatti l’occupazione è cresciuta in totale di 160.000 unità, sintesi della perdita di 408.000 posti di lavoro fino al 2013 e di un recupero nei tre anni successivi di 567.000 posti. Questi però racchiudono dinamiche eterogenee. Nell’intero periodo infatti, le professioni qualificate, il settore commerciale e i servizi sono cresciuti di 403.000 unità; le professioni intellettuali, scientifiche o specialistiche di 330.000 unità; le professioni non qualificate di 268.000 unità. Sono invece diminuiti artigiani, operai specializzati, agricoltori per 579.000 posti di lavoro, e le mansioni esecutive d’ufficio per 106.000 posti.

Dando uno sguardo d’insieme, su 221 categorie professionali che raccolgono più di 20.000 occupati ciascuna, ci sono 27 professioni vincenti che conquistano 1,6 milioni di posti di lavoro, e 24 professioni perdenti che ne perdono poco più di un milione.

Tra i vincenti troviamo i servizi di assistenza alle persone, di imballaggio e di magazzino, vendita al minuto, ristorazione, addetti ad affari generali, tecnici manifatturieri, analisti e specialisti software, specialisti nei rapporti mercato e marketing, alcune professioni sanitarie e riabilitative e servizi sociali.I perdenti riflettono soprattutto la crisi del settore delle costruzioni e la perdita di mansioni di ufficio.

Riaggregando tutte le categorie in 4 classi, si ottiene questa divisione del mondo del lavoro nel 2016 e in particolare alcune variazioni rispetto al 2011:

  • Specializzazioni tecniche-scientifiche: 12,6%, +171.000
  • Specializzazioniintellettuali: 32,3%
  • Tecniche operative-manuali: 19,3%, -222.000
  • Elementari a bassaqualificazione: 35,8%, +215.000

Un dato importante da osservare è inoltre la variazione nelle professioni ICT, che mostra un andamento molto più favorevole rispetto a quello complessivo, anche durante gli anni di crisi. Si tratta di una tendenza comune a tutta Europa. Nel 2016 si stimano in Italia 750.000 lavoratori del comparto ICT, con un aumento nell’ultimo anno di +4,9% rispetto al +1,3% dell’occupazione. Ma questo dato rispetto al 2011 è ancora più forte: segna un +12% sul +0, 7% complessivo. È dunque una tendenza non ciclica. L’incidenza di questi lavoratori sul totale è del 3,3% in Italia, solo lievemente inferiore a Francia e Germania (3,6-7%).

La quota di professioni ICT è diversa nei vari settori. Raggiunge il 60% nell’informazione-comunicazione, e quasi il 20% nella manifattura elettronica e degli strumenti di misura. Ma questi professionisti sono pervasivi per tutti i settori economici.

Dopo questo affresco importante, Alleva ha sottolineato che per riuscire a cogliere il beneficio del cambiamento occorre adeguatezza nelle competenze digitali. In Italia infatti i lavoratori qualificati in questo senso sono solo il 23% contro il 32% europeo. La categoria 16-24 anni ha livelli avanzati di competenza quasi nel 40% dei casi, ma sono poco meno della metà i laureati con elevate competenze che utilizzano la rete. Il divario è meno accentuato nella capacità degli internauti di informarsi e comunicare per risolvere problemi o manipolare e veicolare contenuti digitali. I competenti in ogni campo sono una minoranza.

L’apprendimento è però una scelta obbligata per lavoratori e imprese. Nel 2016 in Europa oltre 1 adulto su 10 fra i 20 e i 64 anni ha seguito iniziative formative nelle ultime quattro settimane. L’Italia è sotto la media europea, all’8,3%, anche se con dati in crescita rispetto al 2008 e molto diversi da settore a settore.

Un divario importante nel campo delle imprese è quello per l’uso di strumenti e-commerce: 1/3 delle aziende italiane non crede in questa possibilità rispetto al 22% di quelle europee. Secondo Alleva, in questo caso domanda e offerta si influenzano negativamente a vicenda.

In ogni caso, le imprese hanno dimostrato una reattività maggiore rispetto alla popolazione nell’aggiornamento delle competenze e portano il Paese vicino alle medie europee. Gli strumenti statistici che consentono di rilevare questi cambiamenti verranno affinati anche grazie alle nuove rilevazioni diretta previste ad esempio dal libretto unico del lavoratore telematico, per una sempre maggiore necessità di avere banche dati aggiornate in tempo reale.

Anche nel dibattito sviluppatosi con il presidente della Commissione Sacconi e con i deputati presenti, si è evidenziata la necessità di analizzare il tema scendendo nei dettagli dei singoli territori, questione alla quale il presidente di Istat ha risposto ricordando come non tanto le regioni siano importanti in queste nuove dinamiche, quanto le singole città e le loro capacità di innovazione e contaminazione.

Tags: Industria 4.0IstatLavorosenato
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