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Andrà tutto bene: lo spettro delle urne con Pil e debito pubblico a picco

La zuffa di queste settimane sulle capacità e i destini del governo Conte ha oscurato come sempre i termini reali dei problemi che l’Italia ha di fronte. Tutti sanno che a scatenare il conflitto sono, fra l’altro, le risorse senza precedenti che l’Unione europea si appresta a mettere a disposizione del nostro paese. 

Ma né i partiti di maggioranza né quelli di opposizione sembrano capire che quella valanga di denaro può portare benefici solo a patto di spenderla come si deve. Come insegnano la storia della Spagna (inondata dall’oro delle Americhe) del XVI secolo e quella dei paesi incapaci di far fruttare l’immensa ricchezza petrolifera nel Novecento, l’abbondanza improvvisa può perfino diventare una maledizione. E’ tempo dunque di mettersi a ragionare seriamente sulle storture nella destinazione delle risorse che l’Italia manifesta da molto prima del coronavirus, perché è da lì che si dovrà ripartire.
A costo di essere pedanti, ricordiamo che da parecchi anni abbiamo il debito pubblico più alto dell’Unione europea (ad eccezione della Grecia), condizione che si è ovviamente aggravata negli ultimi 12 mesi. La nostra fragilità è al momento nascosta dagli acquisti a man bassa dei titoli di stato praticati dalla Banca centrale europea per evitare che un’impennata dei tassi di interesse comprometta la resistenza di alcuni paesi (anzitutto il nostro) alla pandemia. 

Ma il «macigno» è diventato ancora più grande e fra non molto ricomincerà a pesare tutto sulle nostre spalle. Qualche numero aiuterà a capire di che cosa parliamo. Nonostante la posizione debitoria ben più elevata di quella degli altri paesi, l’Italia ha una spesa pubblica in rapporto al pil più alta della media, inferiore solo a quelle di Belgio, Francia e paesi scandinavi, che in compenso vantano un’amministrazione pubblica di proverbiale efficienza. Secondo gli ultimi dati Eurostat, relativi al 2019, lo stato italiano spende ogni anno il 48,6% del pil contro il 45,2 della Germania e il 47% dell’area euro. Ancora più grave è il problema della qualità della spesa. Secondo le statistiche della Banca d’Italia la nostra spesa corrente(ossia quella assorbita ogni anno dalla macchina amministrativa, dalle pensioni, che com’è noto vi fanno la parte del leone, e dagli interessi sul debito) è risultata nel 2019 la quarta in Europa, superiore di ben 4 punti percentuali rispetto alla media degli altri paesi. Quella destinata agli investimenti pubblici, invece, che com’è noto sono fondamentali per la crescita, è fra le più basse (2,3% del pil contro una media del 3), superiore solo a quelle di Spagna e Portogallo in tutta l’Unione. 

Poco meglio vanno le cose per l’istruzione, che nel 2018 ci vedeva appaiati alla Spagna (con una quota pari al 4% del pil), ancora una volta al di sotto della media degli altri paesi europei. Se si aggiungono la burocrazia elefantiaca, la lentezza della giustizia, l’evasione fiscale e le difficoltà sempre incontrate dal Parlamento nel varare norme contro i monopoli e in favore della concorrenza, è chiaro che abbiamo bisogno di riforme molto incisive. Tutte queste debolezze, rispetto alle quali nessuna forza politica italiana può dirsi innocente, sono ben chiare a Bruxelles e ai politici dei paesi europei economicamente più virtuosi (che rispondono a opinioni pubbliche nazionali esigenti quanto e più della nostra, non esenti anch’esse da un discreto tasso di populismo e di sovranismo). 

Prima di staccare un solo assegno destinato alla ripresa economica dell’Italia vorranno indicazioni precise e dettagliate sulla nostra capacità di far crescere l’economia. Qualcuno qui sembra confidare nel fatto che lo spettro di una rovinosa disgregazione dell’euro innescata da una crisi italiana possa indurre quei paesi a fare buon viso a cattivo gioco. Può darsi che sia così, nel qual caso avremo a disposizione un po’ più di tempo per fare quel che serve. Ma se più avanti risulterà che non siamo stati capaci di usare le risorse ottenute per raggiungere una crescita sufficiente a ripagare il debito, allora sì saremo davvero nei guai. 

Un confronto agguerrito sul modo di superare questi problemi sarebbe non solo comprensibile, ma del tutto sano per la democrazia, anche perché di fronte a scelte del genere c’è sempre qualche categoria che guadagna e altre che perdono. Ben venga dunque il confronto, anche duro, degli interessi e delle idee. Purtroppo si è preferita finora una rappresentazione molto teatrale, con il duello rusticano Conte-Renzi da un lato e l’invocazione a gran voce delle urne da parte di Matteo Salvini e Giorgia Meloni dall’altro. Tutto legittimo e comprensibile, per carità. Ma qualcuno si degnerebbe anche di farci sapere, possibilmente con qualche dettaglio, come e in che tempi pensa di aumentare la ricchezza del paese e di ridurre il suo debito?