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Focus. Altro che rivoluzione, Sharing economy nel pantano

I numerosi propositi legislativi volti a regolamentare la nuova economia rischiano di fermarsi. Tutto rinviato alla prossima Legislatura

di Alessandro Alongi

In arrivo il redde rationem parlamentare per i provvedimenti a più alto contenuto innovativo. Con l’approssimarsi dello scioglimento delle Camere, infatti, molte buone intenzioni della politica rischiano di essere rimandate alla prossima legislatura o, per essere più realistici, alle calende greche.

Una sfida tosta, con tanti sforzi e pochi risultati: quella di affrontare al meglio la rivoluzione della «sharing economy», un’economia basata sulla disintermediazione digitale capace di spostare la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali verso ambiti innovativi. Grazie alle potenzialità offerte dal web, infatti, gli utenti si servono sempre di più di piattaforme telematiche e di provider che permettono loro di entrare direttamente in contatto con i loro interlocutori o con i servizi di loro interesse, in un’ottica di condivisione.

Il futuro sarà sempre più sociale, pian piano, tutto si affitterà e si userà soltanto per il tempo necessario. Dati questi presupposti,l a regolamentazione delle piattaforme di scambio e condivisione non è più un argomento rinviabile. Le piattaforme attive, nel nostro paese, sono più di 200, con una crescita progressiva anno su anno. A tale incremento corrisponde, però, un’assenza totale di regole e l’impegno profuso dalla politica in questo senso non ha prodotto i risultati sperati.

Difficile che la normativa relativa all’home restaurant giungerà a stappare lo spumante di fine anno, benché il provvedimento sia stato già approvato dalla Camera dei deputati nel 2015, così come non mangerà il panettone neanche la regolamentazione generale dell’home sarin (il famoso «decreto Airbnb»), nonostante che la normativa approvata lo scorso 24 giugno lasciava presagire l’inizio di un percorso che, però, si è limitato soltanto all’aspetto fiscale fermando, di fatto, la normazione dell’intera materia.

Ferma in Commissione al Senato e mai discussa, ancora, la legge quadro volta a disciplinare, in generale, la Sharing economy, così come le regole orientate a legalizzare il car pooling, presentate alla Camera il 6 giugno 2014 e ancora lì dormienti.

Sull’urgenza di definire un quadro chiaro di principi si è espresso anche il Parlamento europeo che, da Bruxelles, ha lanciato un forte richiamo ai Paesi dell’Unione sulla necessità di sostenere l’economia «collaborativa», garantendo allo stesso tempo la concorrenza leale e il rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi fiscali.

Nel fissare delle linee guida sulla sharing economy, il Parlamento UE  ha sottolineato la necessità di affrontare le zone grigie delle normative nazionali in vigore, che causano notevoli differenze tra gli Stati e quindi rendono più difficile la crescita del settore.

I motivi dell’inerzia legislativa italiana non sono soltanto relativi agli «ingorghi parlamentari», alibi perfetto che, di volta in volta, mette in secondo piano la promozione dell’economia della condivisione. Sono soprattutto gli interessi dei settori economici tradizionali, ancora non pronti alla «conversione digitale» dei propri servizi: ristoratori, tassisti, albergatori, vivono con costante preoccupazione l’avvento delle nuove tecnologie che, in meno di un decennio, stanno stravolgendo usi e consumi dei clienti. Senza considerare che, in assenza di regole, l’avvento delle piattaforme digitali viene percepito come un temibile – quanto scorretto – concorrente.

Come sempre, la politica è in ritardo, non riuscendo a ricomporre un quadro unitario di disposizioni a sostegno delle imprese e dei consumatori, rimasti in balia di regole frammentarie e contraddittorie.

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