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Emissioni inquinanti, lo scandalo “Dieselgate” si allarga

Photo credits: La Stampa

Software illegali: oltre a VW coinvolte altre case automobilistiche, tra cui Fiat Chrysler. La posizione del ministro Delrio

di Maria Carla Bellomia

Si complica la posizione italiana nell’ambito di quello che è stato ribattezzato Dieselgate, ovvero lo scandalo che ha coinvolto i più grandi produttori di auto del mondo – in primis la Volkswagen – colpevoli di aver truccato il dato reale delle emissioni inquinanti prodotte dai veicoli diesel.

La notizia che circola già da alcuni giorni, e che è destinata con ogni probabilità ad aprire nuovi scenari, è che ci sarebbero dispositivi illegali nei modelli diesel di altre cause automobilistiche oltre alla VW, tra cui alcuni modelli commercializzati da Fiat Chrysler.

Attraverso l’utilizzo di dispostivi illegali, in grado di manipolare i gas di scarico, il colosso dell’industria automobilistica tedesco – e, con ogni probabilità, non è il solo –  ha falsato i risultati dei test sulle emissioni pur di nascondere il superamento dei limiti ammissibili di ossido di azoto, altamente inquinante e dannoso per la salute umana, violando in questo modo le norme comunitarie di riferimento sulla qualità dell’aria.

Se la Volkswagen si è di recente rifiutata di pubblicare gli esiti dell’inchiesta interna condotta dopo lo scandalo “Dieselgate”, con buona pace per la trasparenza e i consumatori, le cose non sembrano andare meglio per la FCA , chiamata in causa, in questi giorni, sia dal governo degli Stati Uniti  – intenzionato a portarla in giudizio – sia dalla Commissione europea, che per questa ragione ha aperto un’ulteriore  procedura di infrazione contro l’Italia.

L’accusa mossa dalle istituzioni comunitarie e americane, sempre respinta dal gruppo di Sergio Marchionne, è di non aver garantito i necessari controlli sui software presenti in alcune vetture Fiat. La responsabilità sta infatti non solo in capo al produttore, ma anche in chi quei dispositivi li ha effettivamente omologati, autorizzandone la circolazione, ovvero il Ministero dei Trasporti italiano.

Si spiega così la polemica che ha coinvolto in prima persona il ministro Graziano Delrio, che, nonostante i tentativi di pressing dell’ultima ora su Bruxelles, non è riuscito a rinviare l’apertura di una nuova procedura di infrazione in materia ambientale contro l’Italia, accusata stavolta di non aver adottato misure correttive – come ordinare un richiamo ed eventualmente erogare sanzioni nei confronti di FCA – per gli impianti sospetti utilizzati dal costruttore.

Delrio, che ha sempre negato con forza l’esistenza di un Dieselgate italiano, escludendo fin dall’inizio la presenza di dispositivi illegali sui modelli Fiat, ha contestato le decisioni della Ue, ma se non arriveranno nei prossimi due mesi risposte convincenti alle accuse di violazione delle normative comunitarie sulle emissioni, l’Italia incapperà in un’altra infrazione e il dialogo con le istituzioni europee si farà a quel punto sempre più complicato.

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