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Elezioni e ricorso ai social: necessari ma non sufficienti

Quanto conta davvero per i partiti politici? In testa alla classifica i principali schieramenti di opposizione. Una prima analisi in vista del voto

di Federica Fabiani

È innegabile che i social network oggi ricoprano un ruolo fondamentale per la comunicazione politica ed istituzionale. Comunicare efficacemente in politica è sempre stato oggetto di studi e strategie ma, forse, trarre conclusioni degli impatti di questo tipo di comunicazione non è mai stato così difficile come nell’era del digitale. La politica moderna per comunicare ha bisogno di immediatezza, capacità di sintesi, di semplificazione per arrivare prima degli altri a quella fetta di italiani per i quali utilizzare i social è ormai prassi consolidata.

Il principio al quale ci si affida eccessivamente è quello del “comunico sui social quindi esisto”, come se il non essere presenti in rete, o il non avere abbastanza seguaci online, fosse diventato sinonimo di inesistenza o blando anonimato nel mondo reale. I social network, in politica e in campagna elettorale in particolar modo, sono un mezzo indubbiamente necessario ma non sufficiente. Analizzando i dati che abbiamo raccolto*, sintetizzati in un ranking di partiti politici e movimenti, in base al numero di like delle pagine Facebook (con le altre a seguire) – che non vogliono avere nessun valore sondaggistico o propagandistico – emerge chiaramente che, in termini di seguito sui canali digitali, in testa alla classifica vi sono i principali schieramenti di opposizione, Movimento 5 Stelle e Lega/Noi con Salvini, seguiti, forse inaspettatamente, da Casapound. Ma, anche tra le prime posizioni, il divario è enorme. Solo il Movimento 5 Stelle sembra essere stato in grado, negli anni, di fidelizzare i propri sostenitori su una molteplicità di piattaforme. Impressiona il dato dei 142K iscritti al canale YouTube del Movimento, coltivato e fatto crescere nel tempo. Staccati, su Facebook, i partiti più “tradizionali” come PD e Forza Italia che però tengono il passo su Twitter occupando rispettivamente la seconda e terza posizione dietro ai 5 Stelle. Al di sotto della soglia dei 120K like su Facebook figurano poi sia le diverse formazioni della sinistra e della destra più estreme (quali Rifondazione Comunista o il Movimento Nazionale per la Sovranità) sia partiti più “giovani” nati da recenti scissioni e fusioni, come MdP e Alternativa Popolare, e che quindi non hanno avuto il tempo organico di crescere.

Per trarre delle conclusioni assume molta importanza ricordare che ogni social network ha delle caratteristiche ben precise. Facebook è il canale prediletto dalla politica in Italia, sia per la sua diffusione che per la molteplicità di funzioni offerte, come ad esempio la possibilità di creare gruppi o pagine fan “dal basso” e di interagire con un leader o una forza politica (ad esempio con commenti). Twitter continua ad essere lo spazio preferito dagli “opinionisti”, luogo di continui intrecci tra le parti, dove si creano “veri” dibattiti e controffensive. Diverso ancora è Instagram, un social che in realtà riscuote più successo con profili personali e che potrebbe essere considerato antitetico a YouTube: l’uno propone un contenuto immediato (foto o video breve) l’altro riporta interviste, sedute, comizi, richiedendo quindi un’attenzione più prolungata e un livello di fidelizzazione decisamente più elevato. Sul primo, il podio è occupato da M5S, Casapound, PD e FI a pari merito mentre sul secondo vince M5S, seguito da Lega e Casapound.

Ma il seguito sui social network rispecchia la forza di ciascun elettorato? Se i follower sui vari canali fossero effettivamente proporzionali alla presenza dei partiti sul territorio e alle rispettive capacità di ottenere un determinato risultato alle urne, ciò implicherebbe scenari che contrastano con la realtà dei fatti. Secondo questa logica Casapound sarebbe in grado di raggiungere un bacino di elettori superiore a quello del Partito Democratico e la neo-organizzazione politica guidata da Dusi “10 volte meglio” avrebbe più successo dei Radicali di Emma Bonino, solo perché detentrice del doppio di seguaci su Facebook (114K).

Inoltre, ogni social media manager che si rispetti vi potrà dire che non contano esclusivamente i like, o meglio che contano, ma non quanto il livello di interazione, espressa soprattutto nella condivisione di contenuti sul proprio profilo o all’interno di vari gruppi, dei vari post la cui viralità è variabile a seconda di contenuto e algoritmi. Un video di accusa, scandalo o proposta “azzardata” avrà sicuramente più condivisioni di un’infografica di una proposta legislativa complessa. Premiati i contenuti ma le visualizzazioni continuano ad essere legate all’attività degli utenti. Altrimenti non si spiegherebbe perché sulla pagina “Lega – Salvini Premier” (350K) alcuni post, che potrebbero raggiungere un bacino di utenti molto ampio, non raggiungano nemmeno la soglia dei 100 like, rappresentando quindi solo lo 0.0002% dell’audience di riferimento.

Non sarà quindi forse eccessiva l’importanza che viene attribuita a questi canali? Pensiamo al partito più seguito sui social in Italia, il Movimento 5 Stelle, la cui pagina ufficiale conta più di un milione di seguaci. Un numero enorme, sì, specie rispetto agli altri, ma comunque esiguo se paragonato ai più di 8 milioni di voti ottenuti nel 2013. Questo a dire che la vittoria o meno di una qualsiasi forza politica di una determinata battaglia o corsa elettorale non è da attribuirsi esclusivamente ad un uso corretto, scorretto o improprio dei canali digitali. Il porta a porta, il volantinaggio, le iniziative, le proposte concrete, la reputazione, il dialogo, la televisione, la radio, i giornali, le convinzioni di candidati ed elettori e la loro capacità politica sono ancora variabili determinanti per gli esiti elettorali.

È bene sottolineare come, infatti, un “mi piace” su una pagina non corrisponda necessariamente ad un voto a questo o a quel partito. La fidelizzazione dell’elettore online è fortissima per coloro che già hanno un’idea politica ben precisa ma è numericamente ancora minima rispetto al panorama degli aventi diritto e del capitale politico reale di molti partiti e leader. I social network sono, in definitiva, uno strumento della comunicazione politica, non le sue fondamenta.

*Da sottolineare che questa analisi non prende in considerazione né liste elettorali (es. Liberi e Uguali) né pagine ufficiali personali (es. Luigi di Maio), alle quali dedicheremo un’analisi a parte.

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