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Banca pubblica degli investimenti, M5S parte da CdP

Il futuro dell’istituto di via Goito è legato a diverse incognite. Ma analizzando gli atti parlamentari del Movimento si può già delineare una strada precisa: fuori i privati e poi…

di Alessandro Alongi

La strategia del Movimento 5 Stelle sui dossier «caldi» di inizio legislatura non è ancora ben definita. Le idee, però, sono abbastanza chiare.

A cominciare dal ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, definita da Luigi Di Maio come «una mega banca, anche se non è una banca». Ed è proprio da li, per il candidato premier, che si deve ripartire, «da lì può nascere quel soggetto che faccia investimenti e fornisca alle imprese l’accesso al credito a tassi moderati». La proposta ha avuto come primo effetto quello di dividere i sindacati, raccogliendo il plauso della UIL e del suo segretario Carmelo Barbagallo, e il niet di Susanna Camusso, alla guida della CGIL.

Il pensiero sul futuro ruolo di Cdp era stato già anticipato dal ministro in pectore Andrea Roventini che, qualche settimana fa, aveva disegnato il futuro dell’istituto di via Goito come quello di una «banca di sviluppo, cioè orientata al finanziamento di progetti infrastrutturali e produttivi, che agisce finanziando gli enti locali e con l’aiuto di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa».

Di certo, gran parte delle decisioni dipenderanno dal futuro governo e dalla posizione che i pentastellati ricopriranno nel futuro esecutivo, ma un aiuto – o per lo meno un’indicazione – sul futuro della Cassa la si può già cogliere innanzitutto nel programma elettore del Movimento dove viene proposto di dar vita ad una Banca pubblica per gli investimenti capace di sostenere le piccole imprese, gli agricoltori e le famiglie. Ma, soprattutto, alcuni preziosi segnali provengono dai numerosi atti di indirizzo e controllo (interrogazioni, interpellanze, mozioni, risoluzioni e ordini del giorno) presentate e discusse da deputati e senatori del Movimento nel corso degli ultimi anni.

Sulla Cassa i grillini hanno sempre avuto le idee piuttosto precise condannando la gestione non focalizzata dell’istituto rispetto agli obiettivi strategici nazionali, come nel caso dell’investimento pubblico nella catena Rocco Forte Hotels. Sul punto, in Senato, Gianluca Castaldi aveva già presentato un’interrogazione nel marzo 2015, atto che fa il paio con quanto chiesto qualche anno prima dall’On. Luigi Gallo nell’agosto del 2013, e che getta le basi per il modello della Cassa auspicato dal Movimento: un ritorno alle origini, con una Cassa capace di finanziare le amministrazioni locali con tassi più favorevoli di quelli di mercato permettendo così un’erogazione maggiore di mutui con un beneficio indiretto per tutti i cittadini.

Sul punto, ancora più esplicitamente, l’On. Laura Castelli. La deputata pentastellata in un suo Ordine del giorno del 2014 affermava la necessità di un passo indietro rispetto all’attuale forma dell’ente: «Cassa Depositi e Prestiti deve tornare alla sua originaria funzione quando gli enti locali potevano, per i propri investimenti, avvalersi di prestiti a tasso agevolato da parte della Cassa Depositi e Prestiti, in quanto ente di raccolta dell’ingente risparmio postale dei cittadini».

Nell’immaginario grillino, dunque, trova spazio una società strategica per l’interesse collettivo interamente in mano pubblica, senza la presenza di soci privati, concetto ribadito alla Camera nel luglio 2016 da Federica Daga, e impegnata in opere di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, uno su tutti il servizio idrico, così come sollecitato nell’Ordine del giorno del senatore grillino Carlo Martelli nel 2014.

Una Banca per essere tale è soggetta però a diverse prescrizioni, non solo nazionali ma soprattutto di origine comunitaria, di cui il dibattito politico pare non tenere conto. Il lungo percorso verso una banca pubblica è appena iniziato. E il suo futuro è già più che mai incerto.